giovedì 25 Aprile 2024

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Infarto del miocardio, un nuovo studio: c’è relazione con l’inquinamento dell’aria

Uno studio della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS ha preso in esame 126 pazienti con infarto miocardico

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Infarto del miocardio, un nuovo studio: c’è relazione con l’inquinamento dell’aria. Ogni anno, solo in Italia, le malattie cardiovascolari, tra ischemie, infarti, malattie del cuore e cerebrovascolari, uccidono 230.000 persone e costituiscono il 36% circa di tutti i decessi. A differenza di quanto spesso siamo portati a credere, colpiscono più le donne che gli uomini: 57% contro 43%. Nel 99% dei casi colpiscono la fascia degli over 50. Nelle donne, pur essendo le più colpite, si palesano circa 10 anni più tardi che negli uomini. A preservare le donne in età fertile è infatti la protezione ormonale garantita sino alla menopausa.

Infarto e inquinamento dell’aria: lo studio

Uno nuovo studio, pubblicato in questi giorni su JACC Cardiovascular Imaging e condotto dal reparto di Cardiologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, ha individuato alcuni relazioni tra l’infarto del miocardio e l’inquinamento atmosferico. In maniera specifica lo studio ha evidenziato un’associazione tra l’esposizione alle polveri fini e la presenza di placche aterosclerotiche più infiammate e maggiormente aggressive, pronte a causare un infarto per rottura di placca.

I risultati dello studio

“La nostra ricerca – spiega RoccoMontone, cardiologo interventista e di terapia intensiva cardiologica, presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – ha preso in esame 126 pazienti con infarto miocardico, sottoposti ad Optical Coherence Tomography (OCT), un’indagine con uno speciale microscopio che permette di visualizzare le placche coronariche direttamente dall’interno dei vasi”. Le caratteristiche delle placche rilevate sono state poi messe in relazione con la precedente esposizione, per un periodo di almeno due anni, a vari inquinanti ambientali (PM2,5, PM10, monossido di carbonio), desunti dai dati delle centraline di rilevamento della qualità dell’aria, poste in prossimità della residenza dei pazienti. “Questo studio – prosegue il dottor Montone – ha dimostrato per la prima volta che i pazienti che respirano a lungo aria inquinata, in particolare il particolato fine, che penetra in profondità nei polmoni (PM2,5) soprattutto respirando dalla bocca, presentano placche aterosclerotiche coronariche più ‘aggressive’ e prone alla rottura (sono più ricche di colesterolo e hanno un cappuccio fibroso più sottile). E infatti, nelle persone esposte ad elevati livelli di PM2,5, il fattore scatenante dell’infarto, risulta essere più spesso la rottura della placca aterosclerotica; le loro placche appaiono più ‘infiammate’ (cioè infiltrate da macrofagi) ed è presente anche un maggior livello di infiammazione sistemica, testimoniato dall’aumento dei livelli di proteina C reattiva (PCR) nel sangue”.

Lo studio del Gemelli è il primo a individuare un nesso tra l’inquinamento ambientale e l’instabilità della placca coronarica nei pazienti con infarto miocardico acuto.

 

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