giovedì 25 Aprile 2024

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Osteopatia al servizio della Cardiochirurgia Pediatrica. L’esperienza del Lancisi di Ancona. Intervista all’osteopata Alessandro D’Antonio

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L’osteopatia è un arma in più contro il dolore nella cardiochirurgia pediatrica. Siamo nelle Marche e grazie all’impegno di due associazioni è nato un progetto che ha portato a inaugurare un ambulatorio per le cure osteopatiche dedicato ai bambini sottoposti a interventi di cardiochirurgia. Esperienze simili in ambito neonatologico esistono al Meyer di Firenze e al reparto neonatologia dell’ospedale di Pescara. A inizio del 2019, dunque, il progetto è diventato realtà, grazie soprattutto all’impegno del Comitato dei Genitori legati al reparto di cardiochirurgia pediatrica del presidio Lancisi dell’ospedale di Torrette di Ancona.  

L’attuazione del progetto è stata affidata al primario Marco Pozzi: «tutto ciò che serve a migliorare l’ospedalizzazione dei piccoli pazienti – ha spiegato – è di fondamentale importanza. Dobbiamo far vivere alle famiglie e ai degenti la normalità e cercare di mandarli a casa in tempi rapidi e nella migliore delle condizioni cliniche». Colonna portante dell’attività ambulatoriale è Alessandro D’Antonio, fisioterapista e osteopata di Macerata Feltria (PU) con esperienza ventennale, che nel suo curriculum di formazione vanta anche la specializzazione in ambito pediatrico. Insegnante presso la scuola di osteopatia Spine Center Osce di Bologna ha accettato questo incarico spinto da una motivazione personale. È stata infatti la presidente del comitato genitori Valentina Felici a sceglierlo: una scelta maturata sul campo, a seguito di un’esperienza vissuta in prima persona, quando suo figlio a gennaio del 2016 è stato sottoposto a un intervento chirurgico. Allora, la figura dell’osteopata, in particolare D’Antonio, fu una figura fondamentale per coadiuvare il decorso post operatorio. Osteopatia Magazine lo ha incontrato. 

Quando ha deciso di avviare il percorso di osteopata?

“Già in terza elementare avevo ben chiaro il lavoro che avrei fatto da grande. Per una serie di eventi negativi ho avuto la fortuna di stare a contatto con un uomo che si era preso cura di mia madre. Lei stava male e quest’uomo era riuscito a farla camminare di nuovo. Tutto è successo in seguito a un ictus cerebrale conseguente a un intervento di cardiochirurgia. Ricordo che lo guardavo con la coda dell’occhio, osservavo minuziosamente tutto ciò che faceva su di lei. Ogni tanto mi coinvolgeva cercando di spiegarmi il perché di quelle manovre con un linguaggio chiaro e adatto alla mia età e le sue parole incoraggianti mi sono entrate  nel cuore. Lui si chiamava “Mimmo” Pezza, un fisioterapista molto conosciuto nella riviera romagnola. Mi regalò anche il primo paio di scarpe da calcio, firmate Bettega; nere col baffo giallo. E io feci il suo percorso, cercando sempre nel mio lavoro le specializzazioni che mi potenziavano nella diagnosi e nell’approccio manuale. Fra tutti i corsi svolti da fisioterapista il metodo Souchard sulla rieducazione posturale globale fu quello che mi aprì di più verso un approccio globale alla persona, ovvero verso la ricerca di un trattamento causativo e non sintomatico. Andando avanti con la pratica clinica sentii il bisogno di approfondire quell’aspetto, ma in ogni corso che individuavo mancava un pensiero conduttore che dava valore all’argomento stesso. Un po’ come comporre un puzzle senza cornice, tanti pezzi interessanti ma niente che potesse contenerli saldamente tutti insieme in un ragionamento clinico. Avevo tante informazioni sul sistema muscoloscheletrico, su quello neurologico, ma mi mancava la conoscenza dei visceri, del sistema cranio-sacrale. Non riuscivo più a far finta di niente di fronte a quelle lacune. Volevo capire l’integrazione tra tutte queste strutture e fui colpito dal fatto che gli stessi relatori dei corsi spesso vantavano nel loro curriculum il titolo di osteopata. Fu così che nel 2005 decisi di rimboccarmi le maniche e iniziare il percorso di osteopatia”. 

Quando è iniziato il progetto in corso al Lancisi e su quali basi nasce?

“Il progetto è nato circa un anno fa, grazie all’interessamento della presidente del Comitato Genitori dei Bambini Cardiopatici, Valentina Felici. Trattai suo figlio dopo l’intervento e rimase entusiasta della velocità del recupero e della dolcezza del trattamento. Fece tesoro della sua esperienza, mi coinvolse, e si mosse subito per offrire la stessa possibilità ai bimbi del reparto. 

Con l’energia che caratterizza ogni mamma di questi piccoli pazienti e con la sua determinazione, mise in moto la sua onlus per raccogliere i supporti finanziari e portò il progetto a conoscenza del primario, il dott. Marco Pozzi, che non esitò, dopo un attento colloquio informativo, ad accogliere la nostra proposta”.

 

L’osteopatia come arma contro il dolore post operatorio: come agisce, quali sono le criticità maggiormente riscontrabili?

“Al di là del tipo di intervento o della problematica specifica, l’osteopatia guarda il paziente come a un’unità composta da mente, corpo e spirito, e fu così che la descrisse il suo fondatore, il dottor A.T. Still nel 1874. L’osteopatia moderna cerca di spiegare il suo contributo attraverso cinque modelli osteopatici: il modello biomeccanico, che tiene in considerazione l’integrazione delle varie componenti somatiche che stanno in relazione tra loro attraverso meccanismi relativi all’equilibrio e alla postura. Un semplice problema su un tessuto articolare può alterare la funzione dinamica, incrementare il fabbisogno energetico, influire sulla propriocezione e sulla risposta neuro-vascolare incrementando lo stress articolare e l’usura del sistema. Il modello neurologico, invece, tiene conto delle interazioni tra facilitazione spinale, propriocettività, sistema neurovegetativo e nocicezione. È all’interno di questo ambito che si cercano le correlazioni tra visceri e sistema muscolo-scheletrico. Il modello respiratorio-circolatorio, sostiene l’equilibrio tra gli scambi di ossigeno, nutrienti e sostanze di rifiuto del metabolismo delle cellule, per garantire la normale funzione dell’ambiente intracellulare ed extracellulare. L’osteopatia va alla ricerca di ogni causa che può alterare il corretto funzionamento della respirazione, della circolazione e del flusso dei fluidi del nostro corpo. Il modello bioenergetico regola il rapporto tra produzione, distribuzione e dispendio energetico, ovvero la capacità del nostro corpo di adattarsi ad agenti stressogeni. 

Il modello biopsicosociale

Il modello biopsicosociale, infine, prende in considerazione le capacità di un individuo nel poter reagire a reazioni e stress psicologici per arrivare alla guarigione. In questo contesto la stessa disfunzione somatica può peggiorare o trovare una risposta adattativa aggravando lo stress fisiologico del paziente. Le criticità più importanti riscontrate nell’ambiente ospedaliero non riguardano le condizioni del paziente bensì le difficoltà di relazionarsi in un contesto multidisciplinare con un linguaggio terapeutico diverso dai canoni tradizionali. Non potendo individuare nella metodica osteopatica un approccio sintomatico ma causativo, proprio a ragion di ciò che è stato sopra descritto, è stato difficile proporre un tipo di trattamento che non ha per sua natura dei protocolli ben definiti.  Non avere un protocollo di trattamento standardizzato su ogni malattia crea difficoltà nel poter valutare gli effetti di un trattamento su una categoria di soggetti in uno studio sperimentale. L’osteopatia non cura la malattia, ma stimola i meccanismi di guarigione che sono già presenti in ogni persona per ritrovare la salute. Per questo motivo ogni trattamento è assolutamente individuale, non percorriamo tutti la stessa strada. Per la realizzazione di questo progetto sperimentale ho ricercato un compromesso che racchiudesse le esigenze della medicina e l’efficacia di trattamento dell’osteopatia”.

Quali sono i benefici riscontrabili nel decorso post operatorio?

Nel reparto di cardiochirurgia pediatrica, a prescindere dal tipo di patologia congenita, i pazienti reclutati nello studio hanno delle cose in comune: l’accesso chirurgico in sternotomia, i tempi di durata dell’intervento che sono molto lunghi, un periodo breve in terapia intensiva e semi intensiva che espone il bambino a uno stress psicofisico molto importante; e il dolore stesso causato dalla ferita. Tutti questi fattori creano difficoltà nel recupero fisiologico del bambino.

Poter interagire attraverso un lavoro manuale dolce, permette al piccolo paziente di ritrovare quelle condizioni di fiducia nei confronti del terapeuta che lo aiuterà a prender coscienza e a superare i propri limiti. Il trattamento manuale osteopatico è efficace nel processo di cicatrizzazione, nel recupero della meccanica e della funzione respiratoria, nel riequilibrio del sistema nervoso autonomo con effetti positivi nelle funzioni gastroenteriche. Sarà altrettanto efficace nel controllo della risposta infiammatoria con riduzione dei farmaci antidolorifici e sulla qualità del sonno, permettendo al bambino di recuperare le energie necessarie ad affrontare il suo percorso di convalescenza”.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’approccio con il bambino? Occorre superare la diffidenza?

“Quando si lavora con i bambini occorrono requisiti che sono sullo stesso piano delle competenze: innanzitutto bisogna amare i bambini; saper giocare con loro; saper scendere a compromessi; avere quella dose di pazienza che spesso ti permette di raggirare l’ostacolo e portare a compimento una tecnica. Inoltre, bisogna capire che assieme al piccolo stiamo trattando anche il genitore, nel senso che il nostro approccio spesso rassicura il genitore stesso e gli offre una nuova visione per inquadrare ciò che il proprio bambino sta superando. Il genitore diventa parte attiva del trattamento. Nell’approccio col bambino il primo risultato terapeutico da raggiungere è ottenere la sua fiducia. Solo in quel momento inizia veramente il nostro lavoro. C’è un momento particolare dettato dal suo sguardo che ti fa capire che puoi giocare con lui, perché è così, soprattutto nei più piccoli, che deve essere accettato il nostro lavoro”.

Qual è l’atteggiamento giusto per i genitori dei bambini interessati al percorso terapeutico?

“Un genitore che si avvicina a questo percorso solitamente conosce a grandi linee la metodica, ma è sempre molto bello osservare la sua faccia mentre vede il proprio bambino che si abbandona nelle nostre mani. Non nascondo che ci sono delle situazioni dove il bambino si agita troppo e allora la sua presenza diventa indispensabile per rassicurarlo. Ci sono dei genitori che appena il bambino si lamenta hanno l’attitudine di corrergli in aiuto, ma sono piccoli dettagli che fanno parte del carattere. Laddove è possibile l’osteopata con piccoli gesti rassicura il genitore e stimola invece la sua complicità”.

Qual è il rapporto con l’equipe mediche? Quali sono le modalità di interazione tra le vostre discipline?

“I medici del reparto sono splendidi, una squadra di professionisti amici dei bambini. Tutto il lavoro è coordinato dal primario, il dott. Marco Pozzi. La disponibilità è veramente una caratteristica che li contraddistingue. Prima di iniziare il trattamento, l’osteopata viene messo al corrente di tutte le informazioni utili per iniziare in sicurezza il proprio lavoro sul bambino, dal tipo di intervento al decorso pre e post operatorio e su tutto l’iter trascorso dal paziente fino a quel momento”.

C’è stato un caso di particolare successo nella riabilitazione post operatoria che riesce a ricordare?

“Diciamo che il successo più grande è quello di poter portare il mio contributo professionale in un contesto così delicato, sapendo per esperienze già vissute, che la mia figura può veramente fare la differenza”.

La gratificazione più grande riscontrata nell’ambito della sua attività?

“Le gratificazioni che si ricevono nella mia attività sono proporzionali all’esperienza che ogni terapeuta acquisisce nel corso degli anni. Quando ho iniziato a lavorare, nel 1997, ero felice di risolvere una semplice contrattura muscolare in un calciatore. Sembrerà banale, ma era quella la sua richiesta di aiuto e vederlo in campo la domenica per me era gratificante. Poi ovviamente sono cambiate le richieste e di conseguenza anche le mie competenze. A oggi, sapere che una mamma ti affida la cosa più importante che ha, mi riempie il cuore e mi da lo stimolo per proseguire i miei studi”.

Chi è Alessandro D’Antonio

Alessandro D’Antonio è un’osteopata e fisioterapista marchigiano. Inizia la sua attività come fisioterapista nel 1997 presso la cooperativa Avep di Pesaro, e ha lavorato all’istituto  di Riabilitazione Santo Stefano di Macerata Feltria. Libero professionista dal 2004 ad oggi, si diploma in Osteopatia presso CRESO nel 2011. Nel suo curriculum tanti corsi di formazione post graduate in fisioterapia e in osteopatia, con particolare attenzione alla terapia manuale e alla sfera pediatrica.

Inizia la sua attività di docenza, dapprima come assistente, poi come docente presso il 4° polo distaccato SIOTEMA di Urbino. Dal 2016 è docente di Biomeccanica Articolare e Osteopatia Strutturale presso la Scuola di Osteopatia O.S.C.E. Spine Center di Bologna, e presso “Prima Scoala de Osteopatie din Romanie” di Bucarest. D’Antonio è il responsabile del progetto “Benefici del trattamento osteopatico nei bambini cardiopatici sottoposti ad intervento chirurgico”. 

 

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